Salotto letterario

Barbara Teresi, Traduttrice

Bar­ba­ra Tere­si, Tra­dut­tri­ce

Tra­dur­re è tra­di­re, si dice. Qual è il tuo rap­por­to con la pagi­na in tra­du­zio­ne?
Pen­sa­re alla tra­du­zio­ne in ter­mi­ni di fedel­tà o tra­di­men­to secon­do me è fuor­vian­te, per­ché la tra­du­zio­ne non è una mera tra­spo­si­zio­ne inter­lin­gui­sti­ca di signi­fi­can­ti e signi­fi­ca­ti. Tra­dur­re per me vuol dire acco­glie­re, met­ter­si all’ascolto, un ascol­to atten­to, rispet­to­so e cari­co di empa­tia nei con­fron­ti di que­sto “stra­nie­ro”, di que­sto “altro” che è il testo let­te­ra­rio. Quan­do tra­du­co mi met­to al ser­vi­zio del testo e, fer­ma restan­do la mas­si­ma atten­zio­ne nei con­fron­ti dell’originale, il mio obiet­ti­vo è cer­ca­re di fare in modo che il testo tra­dot­to susci­ti in chi lo leg­ge lo stes­so effet­to che il testo ori­gi­na­le pro­du­ce sui suoi let­to­ri.

Cosa resta di te nel­la resa in ita­lia­no di un’opera?
Resta il mio sguar­do, la mia let­tu­ra di quel testo. Gesual­do Bufa­li­no ha scrit­to che “il tra­dut­to­re è con evi­den­za l’unico auten­ti­co let­to­re di un testo”. Ecco, per me il tra­dut­to­re è una sor­ta di pro­to­let­to­re, e poi­ché leg­ge­re è inter­pre­ta­re, lo sguar­do di chi tra­du­ce è ine­vi­ta­bil­men­te pre­sen­te, per quan­to si pos­sa cer­ca­re di man­te­ner­si il più pos­si­bi­le invi­si­bi­li. La tra­du­zio­ne è un’arte per­for­ma­ti­va, è ese­gui­re una musi­ca che qual­cun altro ha com­po­sto. Così come uno spar­ti­to, una sequen­za di note non è di per sé una melo­dia, fin­ché qual­cu­no non la suo­na, dan­do vita a quei segni attra­ver­so la pro­pria inter­pre­ta­zio­ne, il testo let­te­ra­rio pren­de vita ed esi­ste solo nel momen­to in cui qual­cu­no lo leg­ge, lo fa risuo­na­re in sé. Per dir­la con le bel­le paro­le di Fran­ci­sco Umbral: “Il libro è solo il pen­ta­gram­ma dell’aria che il let­to­re deve can­ta­re. […] Da quei segni, da quel­le let­te­re stam­pa­te for­mi­co­lan­ti e sec­che, la mia imma­gi­na­zio­ne innal­za un mon­do, un bosco, un’idea, e dal­le pagi­ne del libro esco­no con­ti­nua­men­te uccel­li in volo”. Tra­dur­re è un po’ que­sto, è suo­na­re uno spar­ti­to, è tra­sfor­ma­re le let­te­re in melo­die. Una for­ma pri­vi­le­gia­ta di let­tu­ra.

Stai tra­du­cen­do un libro per Uto­pia che ha segna­to, nell’edizione ori­gi­na­le, la let­te­ra­tu­ra ara­ba. Pre­sto saran­no rive­la­ti i det­ta­gli sul pro­get­to. Cosa ti ha spin­to ad accet­ta­re la sfi­da di un edi­to­re emer­gen­te?
Se non amas­si le sfi­de, pro­ba­bil­men­te non avrei scel­to que­sto mestie­re. Alla base del pro­get­to di Uto­pia c’è una con­ce­zio­ne dell’editoria e del­la let­te­ra­tu­ra in cui mi ritro­vo pie­na­men­te. L’idea di pri­vi­le­gia­re il valo­re squi­si­ta­men­te let­te­ra­rio di un’opera anzi­ché lasciar­si gui­da­re solo dal­le logi­che di mer­ca­to è piut­to­sto in con­tro­ten­den­za nell’attuale pano­ra­ma edi­to­ria­le e per come la vedo io è ciò di cui la nostra edi­to­ria ha biso­gno: una vera e pro­pria boc­ca­ta d’ossigeno.