“Gente en el tiempo”

Bon­tem­pel­li — “Gen­te en el tiem­po”

Una del­le case edi­tri­ci più fini di lin­gua spa­gno­la, Acan­ti­la­do, si è uni­ta al nostro pro­get­to di risco­per­ta del­le ope­re di Bon­tem­pel­li. Tra pochi mesi “Gen­te en el tiem­po” sarà dispo­ni­le in Spa­gna e in tut­to il Suda­me­ri­ca. Gra­zie ad Acan­ti­la­do e gra­zie alla mera­vi­glio­sa The Ella Sher Lite­ra­ry Agen­cy.

Carson — Anne e Giacomo

Car­son — Anne e Gia­co­mo

Anne Car­son è inna­mo­ra­ta di Gia­co­mo Leo­par­di. E come Leo­par­di ha inse­gui­to per tut­ta la vita ciò che gli occhi non vedo­no, ciò che rima­ne quan­do quel che si vede va per­du­to.

È un’au­tri­ce che sem­bra col­ma­re, con la pro­pria scrit­tu­ra, le lacu­ne dei suoi poe­ti più ama­ti: li stu­dia da filo­lo­ga, li inter­pre­ta da antro­po­lo­ga, li com­pren­de da poe­tes­sa. La sua let­te­ra­tu­ra è poli­fo­ni­ca e nei testi par­la­no i gran­di auto­ri del pas­sa­to: da Simo­ni­de a Catul­lo, da Saf­fo a Celan. È subli­me, abbia­mo pen­sa­to in Uto­pia, che una del­le più gran­di autri­ci del mon­do abbia sem­pre com­po­sto… per sot­tra­zio­ne.

Set­ti­ma­na pros­si­ma sapre­te il tito­lo che ripor­te­re­mo in libre­ria e la data d’u­sci­ta, sie­te pron­ti?

Carson — Benvenuta, Anne!

Car­son — Ben­ve­nu­ta, Anne!

In mol­ti in Ita­lia aspet­ta­no da anni i suoi sag­gi, mai pub­bli­ca­ti in ita­lia­no. La quar­ta autri­ce del nostro cata­lo­go è Anne Car­son, “una degli auto­ri più impor­tan­ti del­la nostra era”, come reci­ta la moti­va­zio­ne del pre­mio Prin­ci­pes­sa del­le Astu­rie, vin­to dall’autrice poche set­ti­ma­ne fa.

“Scrit­tri­ce sapien­te”, dice di lei Harold Bloom, cul­tri­ce del­la let­te­ra­tu­ra gre­ca e lati­na, tra­dut­tri­ce, poe­tes­sa e antro­po­lo­ga, Car­son è tra le mas­si­me voci del­la let­te­ra­tu­ra cana­de­se e, più in gene­ra­le, anglo­fo­na.

Di lei tra­dur­re­mo tut­ti i sag­gi: ope­re tra­sver­sa­li, che per­cor­ro­no ram­pe di liri­smo puro, pog­gian­do­si, gra­di­no dopo gra­di­no, sui gran­di clas­si­ci del pen­sie­ro. Cor­ri­ma­no sal­do: la strut­tu­ra argo­men­ta­ti­va, i ricor­si dram­ma­tur­gi­ci e una cora­li­tà di cita­zio­ni da ogni lin­gua. L’opera di Anne Car­son non cono­sce peri­me­tri e rifug­ge le eti­chet­te. È let­te­ra­tu­ra puris­si­ma, que­sto è cer­to. Un’epitome mae­sto­sa del­la nostra epo­ca. E Uto­pia se ne occu­pe­rà a lun­go.

Scanziani — Utopia

Scan­zia­ni — Uto­pia

Tut­to è ini­zia­to a un tavo­lo del­la cre­me­ria Buo­nar­ro­ti, a Mila­no, una mat­ti­na d’inverno. Uto­pia era appe­na un’idea. “Ho let­to i suoi libri in biblio­te­ca. Mi ha sor­pre­so, è un auto­re straor­di­na­rio”, dico impac­cia­to. Sco­pria­mo di ama­re entram­bi la poe­sia. Abbia­mo fre­quen­ta­to la stes­sa uni­ver­si­tà. Entram­bi sia­mo nati in cit­tà del sud. “Nel­la sua cor­sa ver­so il vuo­to, l’editoria di oggi ha sacri­fi­ca­to libri come que­sti”, dice. Sono d’accordo, cono­sco bene l’editoria. La cono­scia­mo entram­bi, per la veri­tà, per­ché entram­bi abbia­mo lavo­ra­to come edi­tor e in case edi­tri­ci.

Pro­se­guo io, par­lan­do di Cio­ran ed Elia­de, del­la mia sti­ma per la loro let­te­ra­tu­ra. Con­fes­so che pro­prio loro mi han­no por­ta­to a seder­mi al tavo­lo del­la Buo­nar­ro­ti, quel­la mat­ti­na. “Elia­de era con­vin­to che fos­se un genio”. E con­ti­nuo: “L’ha por­ta­to a un pas­so dal Nobel”. Poi chiu­do, sec­co: “Vor­rei che le ope­re di Pie­ro fos­se­ro uno dei pila­stri di Uto­pia. È un roman­zie­re visio­na­rio, è un sag­gi­sta atten­to ed empa­ti­co, ha una lin­gua poe­ti­ca ed evo­ca­ti­va”. Dall’altra par­te arri­va un sor­ri­so, poi una pro­mes­sa di rifles­sio­ne. “Pie­ro sareb­be sta­to feli­ce di tor­na­re in libre­ria, soste­nu­to da una squa­dra gio­va­ne e atten­ta, in un cata­lo­go di suoi pari”, con­clu­de. Ci salu­tia­mo.

Pas­sa­no pochi gior­ni e Magì, la vedo­va di Pie­ro Scan­zia­ni, mi scri­ve. Ha deci­so. Vuol con­ce­de­re a Uto­pia il dirit­to di ripor­ta­re i tito­li del mari­to in libre­ria, uno dopo l’altro. È così che le sto­rie han­no ini­zio, quan­do la poe­sia cemen­ta l’intesa uma­na. Alla sua mail Magì alle­ga una foto: è con Pie­ro, sor­ri­do­no feli­ci. “Poche cose soprav­vi­vo­no alla mor­te”, mi dico, “e tra que­ste, sen­za dub­bio, l’amore e la let­te­ra­tu­ra”.

Billy Allegri, Traduttore

Bil­ly Alle­gri, Tra­dut­to­re

Tra­dur­re è tra­di­re, si dice. Qual è il tuo rap­por­to con la pagi­na in tra­du­zio­ne?
È un rap­por­to impron­ta­to all’ascolto, al rispet­to e alla cau­te­la. Pen­so al pro­ces­so tra­dut­ti­vo come a una pra­ti­ca amo­ro­sa che richie­de empa­tia con il testo, la sua inte­rez­za e uni­ci­tà, i pre­gi e i difet­ti, le varia­zio­ni di tono e di regi­stro, i silen­zi e le reti­cen­ze… È un pro­ces­so di umi­le inter­me­dia­zio­ne: si impa­ra a cono­sce­re e tra­sfor­ma­re l’altro acco­glien­do­lo e rispet­tan­do­lo, sen­za voler­lo cam­bia­re ma cer­can­do di ren­der­lo altret­tan­to libe­ro nel nuo­vo con­te­sto lin­gui­sti­co. Pur nel­la con­sa­pe­vo­lez­za che non sem­pre si rie­sce ad acco­glie­re “tut­to” del testo fon­te e non sem­pre si è in gra­do di libe­rar­lo com­ple­ta­men­te nel­la lin­gua d’arrivo. C’è chi lo chia­ma tra­di­re, io lo chia­mo sem­pli­ce­men­te tra­dur­re.

Cosa resta di te nel­la resa in ita­lia­no di un’opera?
Mi augu­ro sem­pre che la mia mano riman­ga die­tro le quin­te, ma di cer­to non pos­so evi­ta­re che tra­spa­ia il coin­vol­gi­men­to emo­ti­vo, l’impegno intel­let­ti­vo e lin­gui­sti­co che, con tut­ti i limi­ti per­so­na­li, tem­po­ra­li e geo­gra­fi­ci, inter­ven­go­no e orien­ta­no le scel­te tra­dut­ti­ve. Per dir­lo alla Bec­kett, ogni vol­ta mi ripro­met­to di fail bet­ter.

Stai tra­du­cen­do un libro per Uto­pia che ha segna­to, nell’edizione ori­gi­na­le, la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se. Pre­sto saran­no rive­la­ti i det­ta­gli sul pro­get­to. Cosa ti ha spin­to ad accet­ta­re la sfi­da di un edi­to­re emer­gen­te?
L’essere un edi­to­re nuo­vo, dal nome poi così signi­fi­ca­ti­vo ed evo­ca­ti­vo, che pre­sen­ta un pro­gram­ma edi­to­ria­le strut­tu­ra­to di qua­li­tà, auda­ce e fuo­ri dal coro. Quin­di il testo pro­po­sto: mi è sem­bra­to fin da subi­to mol­to sti­mo­lan­te, con­fer­man­do­si, nel cor­so di let­tu­ra e tra­du­zio­ne, dav­ve­ro bel­lo e impor­tan­te, direi anzi neces­sa­rio.

Scanziani — A un passo dal Nobel

Scan­zia­ni — A un pas­so dal Nobel

“Ieri sera, con Ione­sco e Cio­ran, abbia­mo cena­to da Colet­te e Clau­de Gal­li­mard. Ero di cat­ti­vo umo­re, apa­ti­co e, infi­ne, depres­so. La con­ver­sa­zio­ne gene­ra­le: si è par­la­to soprat­tut­to di malat­tie… Ho rice­vu­to oggi, per espres­so aereo, tre volu­mi di Pie­ro Scan­zia­ni. Tut­ti con la stes­sa dedi­ca: ‘A fra­te Mir­cea, fra­te Pie­ro’. Apro a caso “Libro bian­co”. Il testo mi con­qui­sta subi­to e leg­go, rapi­to, per alcu­ne ore. La gio­ia di sco­pri­re, alla mia età, un nuo­vo scrit­to­re”.

Mir­cea Elia­de, filo­so­fo e antro­po­lo­go tra i mag­gio­ri del ‘900, appun­ta que­ste paro­le nel pro­prio dia­rio, il 28 giu­gno del 1984. È anzia­no, stan­co e mala­to, gli occhi non gli per­met­to­no più una let­tu­ra lun­ga. In alcu­ne set­ti­ma­ne stu­dia i sag­gi e i roman­zi di Pie­ro Scan­zia­ni; ne par­la, entu­sia­sta, con Vet­to­ri e Cio­ran. Da qual­che tem­po pre­sie­de una com­mis­sio­ne inter­na­zio­na­le che sele­zio­na e nomi­na, ogni anno, uno scrit­to­re al pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra. Per due anni di segui­to sce­glie Pie­ro Scan­zia­ni, pero­ran­do­ne la cau­sa a Stoc­col­ma. Pie­ro non vin­ce – sono gli anni del fran­ce­se Clau­de Simon e del nige­ria­no Wole Soy­in­ka – ma si apre la stra­da ver­so il suc­ces­so inter­na­zio­na­le.
Cono­sce­va­te que­sta sto­ria?

Barbara Teresi, Traduttrice

Bar­ba­ra Tere­si, Tra­dut­tri­ce

Tra­dur­re è tra­di­re, si dice. Qual è il tuo rap­por­to con la pagi­na in tra­du­zio­ne?
Pen­sa­re alla tra­du­zio­ne in ter­mi­ni di fedel­tà o tra­di­men­to secon­do me è fuor­vian­te, per­ché la tra­du­zio­ne non è una mera tra­spo­si­zio­ne inter­lin­gui­sti­ca di signi­fi­can­ti e signi­fi­ca­ti. Tra­dur­re per me vuol dire acco­glie­re, met­ter­si all’ascolto, un ascol­to atten­to, rispet­to­so e cari­co di empa­tia nei con­fron­ti di que­sto “stra­nie­ro”, di que­sto “altro” che è il testo let­te­ra­rio. Quan­do tra­du­co mi met­to al ser­vi­zio del testo e, fer­ma restan­do la mas­si­ma atten­zio­ne nei con­fron­ti dell’originale, il mio obiet­ti­vo è cer­ca­re di fare in modo che il testo tra­dot­to susci­ti in chi lo leg­ge lo stes­so effet­to che il testo ori­gi­na­le pro­du­ce sui suoi let­to­ri.

Cosa resta di te nel­la resa in ita­lia­no di un’opera?
Resta il mio sguar­do, la mia let­tu­ra di quel testo. Gesual­do Bufa­li­no ha scrit­to che “il tra­dut­to­re è con evi­den­za l’unico auten­ti­co let­to­re di un testo”. Ecco, per me il tra­dut­to­re è una sor­ta di pro­to­let­to­re, e poi­ché leg­ge­re è inter­pre­ta­re, lo sguar­do di chi tra­du­ce è ine­vi­ta­bil­men­te pre­sen­te, per quan­to si pos­sa cer­ca­re di man­te­ner­si il più pos­si­bi­le invi­si­bi­li. La tra­du­zio­ne è un’arte per­for­ma­ti­va, è ese­gui­re una musi­ca che qual­cun altro ha com­po­sto. Così come uno spar­ti­to, una sequen­za di note non è di per sé una melo­dia, fin­ché qual­cu­no non la suo­na, dan­do vita a quei segni attra­ver­so la pro­pria inter­pre­ta­zio­ne, il testo let­te­ra­rio pren­de vita ed esi­ste solo nel momen­to in cui qual­cu­no lo leg­ge, lo fa risuo­na­re in sé. Per dir­la con le bel­le paro­le di Fran­ci­sco Umbral: “Il libro è solo il pen­ta­gram­ma dell’aria che il let­to­re deve can­ta­re. […] Da quei segni, da quel­le let­te­re stam­pa­te for­mi­co­lan­ti e sec­che, la mia imma­gi­na­zio­ne innal­za un mon­do, un bosco, un’idea, e dal­le pagi­ne del libro esco­no con­ti­nua­men­te uccel­li in volo”. Tra­dur­re è un po’ que­sto, è suo­na­re uno spar­ti­to, è tra­sfor­ma­re le let­te­re in melo­die. Una for­ma pri­vi­le­gia­ta di let­tu­ra.

Stai tra­du­cen­do un libro per Uto­pia che ha segna­to, nell’edizione ori­gi­na­le, la let­te­ra­tu­ra ara­ba. Pre­sto saran­no rive­la­ti i det­ta­gli sul pro­get­to. Cosa ti ha spin­to ad accet­ta­re la sfi­da di un edi­to­re emer­gen­te?
Se non amas­si le sfi­de, pro­ba­bil­men­te non avrei scel­to que­sto mestie­re. Alla base del pro­get­to di Uto­pia c’è una con­ce­zio­ne dell’editoria e del­la let­te­ra­tu­ra in cui mi ritro­vo pie­na­men­te. L’idea di pri­vi­le­gia­re il valo­re squi­si­ta­men­te let­te­ra­rio di un’opera anzi­ché lasciar­si gui­da­re solo dal­le logi­che di mer­ca­to è piut­to­sto in con­tro­ten­den­za nell’attuale pano­ra­ma edi­to­ria­le e per come la vedo io è ciò di cui la nostra edi­to­ria ha biso­gno: una vera e pro­pria boc­ca­ta d’ossigeno.

Scanziani — Biografia

Scan­zia­ni — Bio­gra­fia

Dopo que­ste set­ti­ma­ne dedi­ca­te a Bon­tem­pel­li e a Cela, è il momen­to di intro­dur­re il ter­zo pro­ta­go­ni­sta del nostro cata­lo­go.

Roman­zie­re, sag­gi­sta e gior­na­li­sta, Pie­ro Scan­zia­ni è sta­to uno degli scrit­to­ri sviz­ze­ri più auto­re­vo­li del Nove­cen­to. Nato a Chias­so nel 1908, è vis­su­to tra la Sviz­ze­ra e l’Italia. Negli anni del­la guer­ra, la sua casa di Ber­na diven­ne un cena­co­lo di intel­let­tua­li anti­fa­sci­sti. Men­te cosmo­po­li­ta, viag­giò a lun­go in Euro­pa, Ame­ri­ca e Asia, matu­ran­do una pre­di­le­zio­ne per la filo­so­fia e la cul­tu­ra india­na.

La sua fama inter­na­zio­na­le ven­ne con­so­li­da­ta dall’assegnazione del Pre­mio Schil­ler. Negli anni Ottan­ta, gra­zie al soste­gno di Mir­cea Elia­de, fu can­di­da­to per due vol­te al pre­mio Nobel per la let­te­ra­tu­ra.

Prisca Agustoni, Traduttrice

Pri­sca Agu­sto­ni, Tra­dut­tri­ce

Tra­dur­re è tra­di­re, si dice. Qual è il tuo rap­por­to con la pagi­na in tra­du­zio­ne?
Par­to dal ten­ta­ti­vo di esse­re il più fede­le pos­si­bi­le al sen­so che un testo por­ta con sé, e quan­do par­lo di sen­so non inten­do solo quin­di il con­te­nu­to, ovvia­men­te, ma l’insieme di for­ma e con­te­nu­to che costrui­sce il testo, la sua mate­ria pri­ma. Quin­di, sta­bi­li­sco un pat­to con me stes­sa: lad­do­ve scel­te di natu­ra for­ma­le – per non sna­tu­ra­re la bel­lez­za di un ver­so o la com­pren­sio­ne di un fram­men­to nel­la lin­gua di arri­vo – impon­go­no un’infedeltà, che que­sta avven­ga sen­za pau­ra, al con­tra­rio, che pos­sa rive­lar­si una scel­ta corag­gio­sa e neces­sa­ria per ricrea­re nel­la lin­gua di arri­vo lo stes­so effet­to volu­to o pro­vo­ca­to nel­la lin­gua di par­ten­za. O crear­ne uno nuo­vo, tan­to sor­pren­den­te da giu­sti­fi­ca­re l’infedeltà. Quan­do ho dei dub­bi, leg­go e rileg­go ad alta voce il testo tra­dot­to per capi­re se c’è qual­co­sa che non suo­na, un inciam­po.
Ecco, cer­co di esse­re lea­le, sem­pre, anche lad­do­ve a vol­te sono costret­ta a non esse­re fede­le.

Cosa resta di te nel­la resa in ita­lia­no di un’opera?
Allo­ra, nel caso del­la poe­sia, che è il gene­re let­te­ra­rio con il qua­le ho più fami­lia­ri­tà, direi che per ave­re una buo­na tra­du­zio­ne è neces­sa­rio che il tra­dut­to­re abbia un buon orec­chio, abbia un sen­so inti­mo del rit­mo dei ver­si nel­la lin­gua di par­ten­za e di arri­vo e abbia anche una dome­sti­chez­za con la poe­sia, ose­rei dire un istin­to, o un buon fiu­to nel ricrea­re quel­la lin­gua inter­na del poe­ta. Il regi­stro, le asso­nan­ze, la musi­ca­li­tà che può sco­va­re nel tra­dur­re un testo poe­ti­co – maga­ri aven­do­ne appe­na sacri­fi­ca­te altre, “intra­du­ci­bi­li” — sono quel­le pic­co­le sco­per­te che per­met­to­no di lascia­re un’impronta.

Di soli­to – se mi cono­sco bene – ten­do natu­ral­men­te a pri­vi­le­gia­re anche in tra­du­zio­ne un regi­stro più asciut­to, paro­le dai suo­ni aspri, paro­le meno pom­po­se – quan­do si può far­lo, quan­do ci sta, per­ché è un tipo di scrit­tu­ra che mi è più vici­na. Ma ho uno sguar­do atten­to e a ritro­so ver­so que­sta mia natu­ra­le ten­den­za alla sin­te­si, per­ché appun­to la fedel­tà rispet­to al testo ori­gi­na­le mi obbli­ga a fare in modo che io resti in ascol­to del­la sua voce e la rispet­ti. In gene­ra­le, direi che par­ten­do dall’ascolto atten­to del­la voce del­lo scrit­to­re, sta a me tro­va­re un tono e una voce mia che fun­zio­ni in ita­lia­no, che sia in gra­do di ren­de­re le sfac­cet­ta­tu­re seman­ti­che e la ric­chez­za con­te­nu­ta in un testo.
Mi pia­ce pen­sa­re che di me resta quel toc­co suf­fi­cien­te per esse­re vista e non vista, un lavo­rìo silen­zio­so sul testo che lo ren­de vivo, vibran­te e agi­le, come se fos­se sta­to scrit­to in ita­lia­no.

Stai tra­du­cen­do un libro per Uto­pia che ha segna­to, nell’edizione in por­to­ghe­se, la let­te­ra­tu­ra recen­te del Bra­si­le. Pre­sto saran­no rive­la­ti i det­ta­gli sul pro­get­to. Cosa ti ha spin­to ad accet­ta­re la sfi­da di un edi­to­re emer­gen­te?
Innan­zi­tut­to amo le sfi­de, che mi rin­no­va­no e mi obbli­ga­no ad usci­re dal luo­go comu­ne. Inol­tre, cre­do che la vostra sia un’iniziativa dav­ve­ro uto­pi­ca e in que­sto sen­so “cari­ca di sen­so”: una nuo­va casa edi­tri­ce nata nel 2020, dopo tut­to quel­lo che stia­mo viven­do – o non-viven­do più. Lo scam­bio, l’incontro, il cor­po a cor­po sem­bra­no diven­ta­ti momen­ti rari, e que­sto anche pri­ma dell’avvento del­la pan­de­mia. La pro­gres­si­va vir­tua­liz­za­zio­ne del­la real­tà – per cari­tà, sen­za cri­ti­che, sono anch’io par­te di que­sto nuo­vo mon­do – ci ha resi para­dos­sal­men­te meno par­te­ci­pi del­la sto­ria, for­se più spet­ta­to­ri ango­scia­ti. Crea­re una nuo­va casa edi­tri­ce, cre­der­ci, e poter pro­muo­ve­re auto­ri con­tem­po­ra­nei – ser­ven­do­mi quin­di anche del mon­do vir­tua­le che mi aiu­ta ad ali­men­ta­re i mon­di che mi abi­ta­no — mi è sem­bra­to un eccel­len­te modo per rea­liz­za­re con­cre­ta­men­te l’incontro tra due cul­tu­re e ren­der­mi uti­le in sen­so pra­ti­co, atti­vo, davan­ti alle pre­vi­sio­ni cata­stro­fi­che di un mon­do in rovi­na. Ecco, mi pia­ce sen­tir­mi impe­gna­ta con una rete di per­so­ne che anco­ra cre­do­no nel doma­ni. Poi il fat­to di poter sug­ge­ri­re nomi, scam­bia­re idee, que­sta por­ta aper­ta rap­pre­sen­ta un ele­men­to mol­to accat­ti­van­te e che for­se è par­ti­co­lar­men­te pre­sen­te nel caso degli edi­to­ri emer­gen­ti.

Cela — Utopia

Cela — Uto­pia

Ho cono­sciu­to Cela una deci­na di anni fa, al liceo. Ero appe­na rie­mer­so dal­la let­tu­ra di “Delit­to e casti­go” e non riu­sci­vo a con­ge­dar­mi da Rasko­l’­ni­kov. Un per­so­nag­gio irri­sol­to e con­trad­dit­to­rio che ave­va lascia­to un’impronta impor­tan­te nel let­to­re diciot­ten­ne che ero. Sfo­glian­do un inser­to let­te­ra­rio, les­si che un noto cri­ti­co asso­cia­va Dostoe­v­skij a Cela, rico­no­scen­do una conti­nui­tà nel pen­sie­ro dei due auto­ri, nell’indagine psi­co­lo­gi­ca sui per­so­nag­gi e nel­la rifles­sio­ne sul pec­ca­to, sul­la col­pa e sul­la remis­sio­ne. Cor­si in libre­ria e non tro­vai nes­su­no dei suoi roman­zi. Era­no nel cata­lo­go di un gran­de edi­to­re let­te­ra­rio, il pri­mo che vie­ne in men­te quan­do si pen­sa ai libri di qua­li­tà. Eppu­re non veni­va­no ristam­pa­ti da anni. Per for­tu­na esi­sto­no le biblio­te­che, patri­mo­nio ine­sti­ma­bi­le dei let­to­ri. Les­si in pochi gior­ni due roman­zi di Cela, ine­di­ti per chiun­que fos­se nato dopo il ’90, entram­bi in vec­chie edi­zio­ni ingial­li­te. Uno stril­lo di Ita­lo Cal­vi­no ne par­la­va come di ope­re con pochi pre­ce­den­ti, dei veri clas­si­ci del­la moder­ni­tà.

In die­ci anni non è cam­bia­to nien­te. Le libre­rie, col­me di car­ta, non han­no mai tro­va­to spa­zio per un genio come Cela. A gen­na­io per­ciò, con le idee chia­ris­si­me, sono par­ti­to per Madrid col solo obiet­ti­vo di chie­de­re al figlio di Cami­lo il per­mes­so di ripub­bli­ca­re in Ita­lia, roman­zo dopo roman­zo, tut­ta l’opera di que­sto gigan­te. È sta­to un sì inat­te­so. Avreb­be potu­to asse­gna­re i dirit­ti a qual­sia­si edi­to­re e inve­ce ha con­ces­so a una gio­va­ne casa edi­tri­ce di ripor­ta­re suo padre in libre­ria. Quan­do Cela ha rice­vu­to il Nobel, nel 1989, nes­su­no di noi, qui in Uto­pia, era anco­ra nato. Ma cre­do fer­ma­men­te che sia que­sto il mira­co­lo del­la let­te­ra­tu­ra.
(Gerar­do Masuc­cio, edi­tor di Uto­pia)

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