Salotto letterario

Patrizio Ceccagnoli, Traduttore

Patri­zio Cec­ca­gno­li, Tra­dut­to­re

Tra­dur­re è tra­di­re, si dice. Qual è il tuo rap­por­to con la pagi­na in tra­du­zio­ne?
La popo­la­re allit­te­ra­zio­ne non tra­di­sce né tra­man­da alcu­na veri­tà miste­rio­sa. È un caso di sfor­tu­na­ta for­tu­na. Fede­le? Il tra­dut­to­re deve esser fede­le? For­se. Ma come? Fedel­tà deri­va da fides, che vuol dire “fidu­cia”, “paro­la data”. La paro­la data dall’autore è for­se una sola, ma tan­te sono quel­le rice­vu­te. La tra­du­zio­ne è solo una veste di quel­la dati­tà. Come tut­te le vesti, pri­ma a poi va fuo­ri moda. Anche la miglio­re tra­du­zio­ne è desti­na­ta a diven­ta­re un abi­to smes­so. Ciò che rima­ne è la paro­la data, non quel­la rice­vu­ta. Il tra­dut­to­re può solo esse­re tra­di­to dal­la pro­pria tra­du­zio­ne. La tra­du­zio­ne non tra­di­sce però se tra­man­da. È un con­ti­nuo pas­sag­gio di con­se­gne, e in que­sto risie­de la fedel­tà del tra­dut­to­re.

Cosa resta di te nel­la resa in ita­lia­no di un’opera?
Resta mol­to, alme­no fin­ché dura. Non cre­do all’in­vi­si­bi­li­tà del tra­dut­to­re, nozio­ne del tut­to uto­pi­ca che pre­sup­por­reb­be la com­ple­ta tra­sfe­ri­bi­li­tà del lin­guag­gio. Cer­ta­men­te la tra­du­zio­ne è un’arte che si nobi­li­ta pun­tan­do a rima­ne­re ancil­la­re. Di me resta l’idiosincrasia del lin­guag­gio, l’errore, ma anche la crea­zio­ne, ciò che non va per­du­to. Rima­ne l’imperduto del lin­guag­gio.

Stai tra­du­cen­do un libro per Uto­pia che ha segna­to, nell’edizione ori­gi­na­le, la let­te­ra­tu­ra anglo­fo­na. Pre­sto saran­no rive­la­ti i det­ta­gli sul pro­get­to. Cosa ti ha spin­to ad accet­ta­re la sfi­da di un edi­to­re emer­gen­te?
Il nome. La tra­du­zio­ne nasce nell’utopia del­la comu­ni­ca­bi­li­tà degli inco­mu­ni­can­ti, nel­la crea­zio­ne dell’ideale del­la com­pren­sio­ne, del­la con­di­vi­sio­ne.