Salotto letterario

Prisca Agustoni, Traduttrice

Pri­sca Agu­sto­ni, Tra­dut­tri­ce

Tra­dur­re è tra­di­re, si dice. Qual è il tuo rap­por­to con la pagi­na in tra­du­zio­ne?
Par­to dal ten­ta­ti­vo di esse­re il più fede­le pos­si­bi­le al sen­so che un testo por­ta con sé, e quan­do par­lo di sen­so non inten­do solo quin­di il con­te­nu­to, ovvia­men­te, ma l’insieme di for­ma e con­te­nu­to che costrui­sce il testo, la sua mate­ria pri­ma. Quin­di, sta­bi­li­sco un pat­to con me stes­sa: lad­do­ve scel­te di natu­ra for­ma­le – per non sna­tu­ra­re la bel­lez­za di un ver­so o la com­pren­sio­ne di un fram­men­to nel­la lin­gua di arri­vo – impon­go­no un’infedeltà, che que­sta avven­ga sen­za pau­ra, al con­tra­rio, che pos­sa rive­lar­si una scel­ta corag­gio­sa e neces­sa­ria per ricrea­re nel­la lin­gua di arri­vo lo stes­so effet­to volu­to o pro­vo­ca­to nel­la lin­gua di par­ten­za. O crear­ne uno nuo­vo, tan­to sor­pren­den­te da giu­sti­fi­ca­re l’infedeltà. Quan­do ho dei dub­bi, leg­go e rileg­go ad alta voce il testo tra­dot­to per capi­re se c’è qual­co­sa che non suo­na, un inciam­po.
Ecco, cer­co di esse­re lea­le, sem­pre, anche lad­do­ve a vol­te sono costret­ta a non esse­re fede­le.

Cosa resta di te nel­la resa in ita­lia­no di un’opera?
Allo­ra, nel caso del­la poe­sia, che è il gene­re let­te­ra­rio con il qua­le ho più fami­lia­ri­tà, direi che per ave­re una buo­na tra­du­zio­ne è neces­sa­rio che il tra­dut­to­re abbia un buon orec­chio, abbia un sen­so inti­mo del rit­mo dei ver­si nel­la lin­gua di par­ten­za e di arri­vo e abbia anche una dome­sti­chez­za con la poe­sia, ose­rei dire un istin­to, o un buon fiu­to nel ricrea­re quel­la lin­gua inter­na del poe­ta. Il regi­stro, le asso­nan­ze, la musi­ca­li­tà che può sco­va­re nel tra­dur­re un testo poe­ti­co – maga­ri aven­do­ne appe­na sacri­fi­ca­te altre, “intra­du­ci­bi­li” — sono quel­le pic­co­le sco­per­te che per­met­to­no di lascia­re un’impronta.

Di soli­to – se mi cono­sco bene – ten­do natu­ral­men­te a pri­vi­le­gia­re anche in tra­du­zio­ne un regi­stro più asciut­to, paro­le dai suo­ni aspri, paro­le meno pom­po­se – quan­do si può far­lo, quan­do ci sta, per­ché è un tipo di scrit­tu­ra che mi è più vici­na. Ma ho uno sguar­do atten­to e a ritro­so ver­so que­sta mia natu­ra­le ten­den­za alla sin­te­si, per­ché appun­to la fedel­tà rispet­to al testo ori­gi­na­le mi obbli­ga a fare in modo che io resti in ascol­to del­la sua voce e la rispet­ti. In gene­ra­le, direi che par­ten­do dall’ascolto atten­to del­la voce del­lo scrit­to­re, sta a me tro­va­re un tono e una voce mia che fun­zio­ni in ita­lia­no, che sia in gra­do di ren­de­re le sfac­cet­ta­tu­re seman­ti­che e la ric­chez­za con­te­nu­ta in un testo.
Mi pia­ce pen­sa­re che di me resta quel toc­co suf­fi­cien­te per esse­re vista e non vista, un lavo­rìo silen­zio­so sul testo che lo ren­de vivo, vibran­te e agi­le, come se fos­se sta­to scrit­to in ita­lia­no.

Stai tra­du­cen­do un libro per Uto­pia che ha segna­to, nell’edizione in por­to­ghe­se, la let­te­ra­tu­ra recen­te del Bra­si­le. Pre­sto saran­no rive­la­ti i det­ta­gli sul pro­get­to. Cosa ti ha spin­to ad accet­ta­re la sfi­da di un edi­to­re emer­gen­te?
Innan­zi­tut­to amo le sfi­de, che mi rin­no­va­no e mi obbli­ga­no ad usci­re dal luo­go comu­ne. Inol­tre, cre­do che la vostra sia un’iniziativa dav­ve­ro uto­pi­ca e in que­sto sen­so “cari­ca di sen­so”: una nuo­va casa edi­tri­ce nata nel 2020, dopo tut­to quel­lo che stia­mo viven­do – o non-viven­do più. Lo scam­bio, l’incontro, il cor­po a cor­po sem­bra­no diven­ta­ti momen­ti rari, e que­sto anche pri­ma dell’avvento del­la pan­de­mia. La pro­gres­si­va vir­tua­liz­za­zio­ne del­la real­tà – per cari­tà, sen­za cri­ti­che, sono anch’io par­te di que­sto nuo­vo mon­do – ci ha resi para­dos­sal­men­te meno par­te­ci­pi del­la sto­ria, for­se più spet­ta­to­ri ango­scia­ti. Crea­re una nuo­va casa edi­tri­ce, cre­der­ci, e poter pro­muo­ve­re auto­ri con­tem­po­ra­nei – ser­ven­do­mi quin­di anche del mon­do vir­tua­le che mi aiu­ta ad ali­men­ta­re i mon­di che mi abi­ta­no — mi è sem­bra­to un eccel­len­te modo per rea­liz­za­re con­cre­ta­men­te l’incontro tra due cul­tu­re e ren­der­mi uti­le in sen­so pra­ti­co, atti­vo, davan­ti alle pre­vi­sio­ni cata­stro­fi­che di un mon­do in rovi­na. Ecco, mi pia­ce sen­tir­mi impe­gna­ta con una rete di per­so­ne che anco­ra cre­do­no nel doma­ni. Poi il fat­to di poter sug­ge­ri­re nomi, scam­bia­re idee, que­sta por­ta aper­ta rap­pre­sen­ta un ele­men­to mol­to accat­ti­van­te e che for­se è par­ti­co­lar­men­te pre­sen­te nel caso degli edi­to­ri emer­gen­ti.